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Design, comunicare con i sensi.

_comunicare_sensi_634x400Gioielli da mangiare, carte profumate, pareti di ghiaccio, lampade ipnotiche o rilassanti, poltrone dalle superfici incredibili da toccare, oggetti sonori…
Vista, tatto, gusto, udito e olfatto. Qualche volta ci dimentichiamo di come siamo fatti, di quanto siamo complessi, dell’infinita varietà di sensazioni che siamo capaci di provare.
Dal design del prodotto, una sedia, un gioiello, una lampada, un contenitore, fino alla grafica, all’ architettura, ai progetti espositivi… non possiamo dimenticarci di solleticare tutti i sensi. Il colore, la forma, superfici lisce, ruvide, morbide, calde, secche, rugose… il suono che produce la percussione, il profumo dei materiali che scende fino a titillare le papille gustative. L’estasi, il piacere, il disgusto, lo schifo, indifferenza, desiderio, repulsione, quanti stati d’animo diversi può provocare un oggetto, il contenuto di un testo, un video. Comunicare la marca significa prima di tutto decidere  quali saranno i nostri sapori, i nostri profumi, la nostra musica, che superfici avranno gli arredi dei nostri punti vendita, i colori, la temperatura, le immagini. La definizione di tutti questi aspetti ci permetterà di comunicare chi siamo al nostro pubblico utilizzando per ciascuno il canale sensoriale a cui è maggiormente sensibile. Coinvolgiamo chi ci ascolta, ci guarda, tocca, annusa e assapora ciò che offriamo nel gioco coinvolgente della comunicazione totale.
Fortunatamente il nostro istinto animale è ancora vivo. Abbiamo mille antenne, infinite capacità di apprezzare anche le sfumature sensoriali più sottili. Qualche anno fa immaginavo di creare un gioiello-regalo che comunicasse fortemente i sentimenti d’amore, d’amicizia, di stima del latore dell’oggetto. Il progetto, pensando ad un oggetto dai costi molto contenuti, percorse ogni possibile manifestazione simbolica e si concentrò sulle possibilità di personalizzazione, così che ognuno potesse mettere qualcosa di suo, di intimo da regalare. Fu un bel successo! Comunicare emozioni ripaga sempre.

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Lo stand, spazio aperto o chiuso?

Le aziende che partecipano come espositrici alle fiere nel mondo devono aver coscienza della propria identità. Prima dei propri prodotti espongono se stesse. La forma, il profumo dello stand mette in mostra il carattere del marchio. Sono tante le domande che rimbalzano tra la dirigenza aziendale e  chi ha il compito di proporre con coerenza l’immagine del marchio progettando un nuovo spazio espositivo.

Tra le tante questioni: APERTO o CHIUSO? Ricorre spesso e ne sottintende tante altre.

Popolarità o esclusività. Immediatezza o mistero. Necessità di mostrare il prodotto o possibilità di evocarlo solamente. Raramente le aziende fanno scelte radicali di totale chiusura o completa apertura verso il pubblico e quando la fanno quest’ultima è sicuramente prevalente. Pochi si possono permettere di non esporre il prodotto, di comunicare solo l’essenza del marchio. Esistono però una serie infinita di gradazioni tra lo stand chiuso/chiuso e lo stand aperto/aperto, ci sono mille modi di progettare uno stand cercando di dare un’immagine forte, essenziale, scultorea del marchio senza rinunciare a dare il giusto risalto al prodotto e a facilitare il contatto tra operatori e clienti. Tra le tante strade percorribili sicuramente una delle più interessanti è quella che impone di dividere nettamente le due questioni. Un luogo del prodotto e uno spazio dell’immagine. Anche nello stand più piccolo sarà sempre possibile identificare queste due aree. Magari questi spazi tenderanno a sovrapporsi ma dovranno mantenere una propria  peculiarità. Infine, facciamo attenzione a non sovraccaricare di segni il nostro allestimento espositivo. Meglio comunicare ed esporre poche cose con efficacia e chiarezza piuttosto che ottenere l’effetto risotto per l’incapacità di scegliere.

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La creatività per lavoro

Quando mi chiedono che lavoro faccio rispondo che sono un creativo… ok, mi dicono, ma in pratica cosa fai? C’è stato un periodo in cui rispondevo “sono un architetto…” , era più semplice ma non definiva esattamente la mia attività. Chi si occupa di creatività e innovazione nel mondo della produzione artigianale o industriale, chi lavora all’immagine delle aziende o dei fornitori di servizi o di chiunque abbia la necessità di definire la propria identità, in realtà fa un sacco di lavori. Mi piace quando il rapporto con una nuova azienda nasce intorno al progetto di un nuovo prodotto. Allora di solito c’è il tempo per conoscersi, per sperimentare il rapporto tra progettista e committente, il tempo per scambiarsi conoscenze, opinioni, per discutere. Senza questo scambio non si costruisce niente di buono. E’ impensabile che un designer per quanto preparato, sensibile e attento possa dar vita al progetto giusto senza un coinvolgimento profondo nell’attività produttiva e commerciale dell’azienda. Gli stessi meccanismi si devono mettere in moto per comunicare il prodotto e l’anima dell’azienda. Tra titolare e progettista ci deve essere una grande capacità di ascolto. L’obiettivo è capirsi, capire qual è il percorso che insieme si vuole seguire. Se non ci si intende meglio lasciar perdere!

Già nel progetto di un nuovo prodotto dovranno essere chiari gli elementi che ne permetteranno una comunicazione chiara, coerente con l’immagine aziendale. Mentre si progetta un oggetto non ci si occupa solo di design industriale, in realtà si sta mettendo in moto una vasta direzione artistica che coinvolgerà attività come grafica, fotografia, scrittura tecnica e creativa, packaging, la definizione degli strumenti di formazione della rete vendita, l’ideazione della comunicazione pubblicitaria, la progettazione degli allestimenti fieristici e del punto vendita… una galassia di tecniche e strumenti con cui l’azienda affermerà la propria identità. Mi occupo di tutte queste cose, quando è possibile tutte insieme, dando vita ad un concept forte di cui l’azienda beneficerà per anni , altrimenti intervenendo con progetti parziali all’interno di concept preesistenti condivisi. Spesso dopo aver spiegato tutto questo qualcuno mi chiede ancora: “…ma cosa vuol dire davvero fare il creativo?!”  Do sempre la stessa risposta: “Significa saper scegliere!” …aiutare a scartare quello che non serve, spiegare quando è il caso di rinunciare a soluzioni che a prima vista sembrano perfette e invece… Per me fare il  consulente creativo o l’art director che dir si voglia significa saper tenere a bada la mia creatività perché vada a vantaggio dell’azienda.

La effe

Da una settimana Feltrinelli e La7 hanno dato il via ad una nuova TV: la Effe, canale 50 del digitale.  Contenuti raffinati, piacevole, ben fatta… ma soprattutto una gran bella grafica.
Titoli giganti, completamente fuori scala rispetto alle scrittine bon ton di tutta la tele generalista. Un bell’esempio di come contenitori e contenuti siano coerenti e insieme diano una personalità forte e riconoscibile al brand che in questo caso comunica se stesso. Per ribadire che la grafica, se ben usata, resta la vecchia regina tra i mezzi a disposizione per costruire corporate identity innovative e riconoscibili.
www.laeffe.tv

 

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