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l’anello che serve a tutto e a niente

Se riesci a far innamorare di una cosa, di un’idea, di un marchio è come se li avessi già venduti.
La settimana scorsa giro per Decathlon con figlio 2. Non abbiamo un motivo preciso per essere lì. Si passava e ci siamo fermati. Io guardo abbigliamento da trekking e da trail, lui roba da snow con aria un po’ schifata. Passiamo in rassegna scemenze low cost tipo calzini, e accessori ginnici di cui per lo più non capisco la funzione. Inevitabilmente sono attratto da certe forme perfette che a prima vista non servono a niente. Boom! Lo sapevo che andavo a sbattere contro qualcosa che mi si appiccicava addosso. A dire il vero ‘sta roba era già quasi riuscita ad attaccarmisi qualche tempo fa ma forse quel giorno avevo qualche talismano contro le cazzate e l’avevo piantata lì. Uscendo, quella volta, sapevo che la partita non era finita. Niente… un anello a sezione tonda di gomma morbida e dura allo stesso tempo, otto, dieci centimetri di diametro con un foro di quattro centimetri più o meno. Tre tipi identici che a guardarli cambiavano solo per il colore. Due dai bellissimi giallo e verde evidenziatore, il terzo color vinaccia scuro sembra uno sbaglio. Li rigiro e non ci vuole molto a capire la loro funzione antistress o strumenti ginnici per rafforzare la presa delle mani, infatti sono elastici al punto giusto. Quello verde è più cedevole, quello giallo un po’ meno e quello vinaccia fa più resistenza.
Non me ne frega niente dell’antistress e di allenare la mia presa, ma visto il prezzo li prendo tutti e tre. Peccato che non costino proprio niente altrimenti ne avrei portati a casa un centinaio, forse di più se quello color vinaccia fosse stato nero o rosso evidenziatore. Lorenzo mi fa notare che quello vinaccia si abbina bene al colore della sua felpa beige. Ha ragione. Se gestissi una spa tutta legni chiari ne comprerei subito un centinaio. Si fa per dire.
Il racconto non è surreale come sembra e una volta a casa mi googlo mezzo mondo per capire chi possa produrne di identici a prezzi più contenuti. Ok, io saprei cosa farne, ma non importa, resta il loro fascino. Forma essenziale, colori splendidi, ne aggiungerei altri sette o settantasette… superfici lievemente satinate e morbide e… perfetti per farne qualunque cosa o assolutamente nulla.
Immagina cosa potresti ottenere caricando di attrazione emozionale i tuoi prodotti.
Se stai pensando a qualcosa forse aiuta tenere uno di questi cerchi in mano… o chiamarmi.

fanculo le palme

Riesce quasi sempre difficile far coincidere il verde del proprio giardino con i colori su cui corrono i pensieri. Il progetto già pronto da anni ora poteva confrontarsi con il luogo a cui era destinato. Quello sarebbe stato il posto giusto. Ci andò a piedi attraversando il paese. Si mise a sedere in mezzo alla proiezione del suo quadrato e si sdraiò a guardare il cielo. Là in mezzo, disteso sull’erba, si sentiva come una nuvola scesa a dare un’occhiata. Era stata una gran fortuna ritrovarsi in eredità un lotto perfettamente pianeggiante e dalle dimensioni giuste per farci stare le sue quattro mura di sassi neri senza dover modificare il progetto. Gli fosse toccata in sorte una fetta di terra lunga e stretta, tra due masiere, in collina, cosa avrebbe fatto? Le strisciate bianche di aerei invisibili si incrociavano e dissolvevano basse. La casa avrebbe racchiuso quel pezzo di cielo.
Le schifezze sul bordo del paese, lungo il viale non esistevano già più.
Odiava tutti i proprietari di quelle cose, i costruttori, perfino gli operai che le avevano tirate su, li odiava uno per uno. Ogni amministratore, dal sindaco all’ultimo assessore, tutti attenti a non porre limiti a ogni buon elettore, a ogni concittadino proprietario di un cesso. Recinzioni e recinzioni, cuccagne per avvocati di paese, cinquanta centimetri per trenta di muretti in cemento su cui appoggiare un altro metro di ferraglia multiforme. Cancellate, cancellini, passi carrai, ingressi pedonali, movimentazioni radiocomandate, antennine e lampeggianti gialli, tettoie, edicole, citofoni e cassette della posta in alluminio, acciaio inox, rame sbalzato con cognomi infarciti di fiori, frutta e cani da punta, piccole coperture dove fermarsi a chiudere l’ombrello premendo il pulsante del citofono. Posti di ristoro per postini fradici. Pilastri di cemento trenta per trenta per due metri e venti a tener su quattro falde di tegole grigie, grondaie di rame e scarichi da grosse catene tra i sassi. Biancanevi per sette boys fissati su aste d’acciaio due metri sotto terra, salvi dai pittbull che scorrazzavano senza poter rovesciare mammoli e pisoli. Coperture di plexiglass curvato, archi di cemento armato e lame d’acciaio a proteggerci la testa. Rustiche. Travi e travetti in legno d’abete e coppi anticati per l’accesso a giardini di fiorellini davanti a piccole grotte di Lourdes con fontanelle d’acqua clorata. Fiere con mostri d’ogni genere. Fascioni intarsiati di conchiglie, intonaco grezzo, finti rami di gesso e mille altri decori che attingevano ai ricordi delle case delle vacanze fino all’apoteosi dello chalet alpino incorniciato dalle palme. Nessuna ironia, nessun gioco. Se solo ci fosse stato uno straccio di consapevolezza.
Se solo? Se… se… se… fanculo le palme.


da “La casa del cielo”

i luoghi del lavoro

Diciamocelo gli spazi del lavoro per lo più, quando va bene, sono progettati perchè siano funzionali all’attività che dovranno contenere. Raramente ci si pone quesiti d’ordine estetico ed emozionale. 
Niente di più sbagliato.
In primo luogo perchè non avere una visione estetica significa non avere nessuna visione. Quasi sempre vuol dire non porsi nessun tipo di domanda o porsela male, senza ipotizzare soluzioni davvero utili a realizzare ambienti dove si possa lavorare bene. Perchè è questo l’obiettivo minimo: stare in un luogo in cui sia “piacevole” lavorare. Mettere vicine due parole come piacere e lavoro non dovrebbe essere un’utopia. Utopia è il luogo che non esiste – ū’ = ‘non’ e ‘tópos’ = ‘luogo’ – un non luogo. Fatemi vedere dei luoghi brutti dove è possibile lavorare bene, dove gli spazi sono organizzati bene, dove le persone sono produttive. Se un luogo non è bello non funziona bene. Fabbrica, negozio, abitazione, discoteca, ospedale… 
Se poi uno degli obiettivi della nostra attività è creare valore, fare branding, marketing o come caspita si voglia chiamare quell’attività totalizzante il cui obiettivo alla fine è farsi conoscere ed apprezzare per quello che siamo, diciamo, crediamo, produciamo, vendiamo… Se il nostro obiettivo è questo e non pensiamo alla bellezza degli spazi in cui lavoriamo siamo fregati in partenza. 
Immagina un luogo che sappia emozionare.
Creiamo insieme gli spazi del tuo lavoro.

l’imperfezione è bellezza!

Amo sempre di più l’imperfezione.
L’imperfezione che distingue l’azione dell’uomo dal prodotto delle macchine.

Mi piacciono divani di pelle segnati dagli anni.

Amo le tavole graffiate dal tempo.

Metto volentieri maglioni sformati ancora morbidi e caldi fatti apposta per i miei jeans rattoppati.

Bevo volentieri certi rossi ancora quasi grezzi che sanno di legno e terra.

Cerco gioielli con pietre segnate da inclusioni e fratture.

Bello camminare su vecchi pavimenti di marmo in cui piccole crepe giocano con le venature.

Faccio volentieri immagini mosse, slavate, dai colori improbabili, rigate e sfocate. È una faticaccia lottare contro la perfezione degli smartphone ma si fa.

Inutile cercare giustificazioni, i nostri sensi persi nel deserto della perfezione delle macchine ci chiedono superfici vissute da toccare, immagini dense di segni da guardare, suoni rauchi carichi di emozioni da sentire, cibi dai sapori ogni volta nuovi che sappiano della terra da cui sono venuti.

I segni spesso impercettibili dell’imperfezione rendono la nostra esperienza quotidiana assolutamente personale.

L’imperfezione è bellezza!
Ricordiamocelo quando pensiamo alle produzioni, al packaging e alla comunicazione.

la trasgressione è viola

Ci sono una quantitá infinita di viola, tutte le gradazioni dal rosso/rosso al blu/blu: pervinca, lilla, indaco, fucsia, melanzana, magenta, orchidea, prugna, vinaccia, bordeaux, ametista, glicine, cremisi, lavanda, malva, ciclamino e un sacco di altre sfumature.
Il viola con il suo complementare giallo sono i colori pop per eccellenza, sono stati tra i protagonisti di Memphis, la più grande rivoluzione a colori del design italiano.

Se disegno la linea curva di uno schienale, la forma morbida di un cuscino istintivamente scelgo il viola. L’ellisse, la forma della sensualitá é viola. Il sesso è viola. Il colore viola è creativitá sempre in trasformazione. Il viola é il colore della trasgressione perció sarebbe un controsenso usarlo per disegnare segnali di divieto anche se proprio per questo forse lo si dovrebbe fare!
Il viola sta in equilibrio tra il corpo e lo spirito, tra la passione del rosso e la trascendenza del blu. Credo sbagli chi afferma che nel viola il rosso si mitighi in un raffinato erotismo. Anzi, è vero il contrario, il blu trascina il rosso nel vortice viola della passione senza più ritegno. Ovviamente è vero anche il contrario, è questa la magia del viola e dei suoi tanti nomi.

Rudolf Harnheim considera il colore viola opprimente. Ma un quadrato vinaccia sará più o meno opprimente di un triangolo rosa shocking? Un divanone morbido sará ugualmente comodo nel color Fuchsia Rose che Pantone ha nominato colore dell’anno nel 2001, o sará più rilassante nel Radiant Orchid scelto per il 2014?
Il Very Peri – pervinca polveroso, scelto da Pantone per il 2022, sarà sexi o evanescente ma non opprimente.

Il viola può ammantare il tuo brand di un fascino lascivo o al contrario trasformarlo in una icona simbolica dai tratti aristocratici. Nelle sue infinite variazioni il viola può assumere significati molto diversi e contrastanti. Te lo puoi giocare come vuoi abbinandolo a colori, forme, font, testi diversi che ne amplifichino o ne distorcano la valenza trasgressiva.
Alla fine il viola è solo un milione di colori.

scrivo per passione e per lavoro

Scrivo per lavoro.
Per aziende molto diverse tra loro: produttori di gioielleria, aziende agricole, produttori e rivenditori di mobili e oggetti d’arredamento, concerie e aziende che lavorano il ferro e materie plastiche. Scrivo per chi sa inventare la luce e per tutti quelli che han voglia di accendere i sogni.

Scrivo delle persone che si mettono in gioco, inventano, investono, lavorano, producono, vendono, creano relazioni e ricchezza. Scrivo delle tecniche di produzione, di quello che san fare le mani, le macchine, delle qualità dei materiali, dell’aria e della terra. Scrivo della fantasia, della creatività, dell’impegno, dell’abnegazione, delle difficoltà e della ricchezza, della fatica e delle soddisfazioni. Scrivo di numeri e di chi sa far quadrare i conti. Scrivo storie di famiglie e storie d’amore. Storie di gran colpi di culo e di sfiga nera. Scrivo di passioni e di emozioni, di sapori e profumi intensi, di forme sensuali, di paesaggi e colori. Scrivo di sport, di allenamenti e di belle sconfitte. Di corse lunghe e di silenzi. Scrivo i racconti dei clienti e delle fantasie che mi ispirano le fabbriche, le fiere, le notti, del bagliore del fuoco e della trasparenza del ghiaccio. 

Scrivere lascia molto più spazio alla fantasia di quanto non faccia una fotografia, eppure la scrittura sa essere infinitamente più puntuale e precisa quando serve. Sa emozionare e scuotere toccando i tasti giusti. Fa pensare, fa piangere e ridere esattamente su ciò che noi vogliamo. 

La scrittura deve essere semplice ma non banale.

Scrivo per il catalogo da stampare e per il web, un occhio alla grafica e l’altro alla SEO. Scrivo per la didascalia a corredo di un’immagine, per raccontare la storia lunga più di un secolo e l’evento di una sera. Scrivo per blog, newsletter e per Instagram, Facebook, LinkedIn e Twitter. Scrivo per ridere e per celebrare una ricorrenza importante con la monografia aziendale. 

Un testo può essere lungo e scorrere veloce, leggero, pungente… farci sorridere o incazzare ma alla fine deve lasciarci con la voglia di continuare.

Mi piace far sentire la voce e dare spessore alle idee di chi lavora.

Inizia a comunicare dal design del prodotto

Si inizia a comunicare l’azienda a partire dal design del prodotto.
Con un prodotto fortemente riconoscibile é piú facile vendere.
Ma come si progetta un prodotto riconoscibile?

Qualche idea:

1. Cerca nuove tecnologie
Che permettano di produrre oggetti piú innovativi, piú efficaci, spesso piú economici e piú belli.

2. Usa materiali diversi
A volte basta un abbinamento insolito.

3. Ricicliamo
Il design del riuso è sempre un’avventura creativa densa di contenuti da comunicare, moltiplica il valore dei materiali, delle forme e delle idee.

4. Cambiamo colore
Il colore è una delle qualità che aiutano maggiormente a vendere un prodotto e a renderlo riconoscibile. L’importante è che esca dal coro e si faccia ricordare.

5. Inventiamo forme nuove
L’intuizione in cui forma e sostanza si uniscono a creare una sorta di totem segna un momento creativo felicemente raro.

6. Lavoriamo con persone diverse
Avvalersi di creativi con competenze anche molto diverse dalle proprie può essere un’arma vincente per abbattere il muro dell’ovvietà!

7. Teniamo a bada la creatività
Attenzione a produrre invenzioni formali come se piovesse. Troppa creatività finisce per annullarsi. 

8. Pensiamo da subito alla confezione
Progettiamo il packaging insieme al prodotto, migliorerà entrambi e li renderà più originali.

9. Impariamo a copiare
Prendiamo dagli altri quello che conta, il metodo, l’intuizione che magari nemmeno si vede nel prodotto che ci attrae e ci stupisce.

10. Chiamami
Se una di queste note ti è stata utile o ti ha fatto riflettere contattami.

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