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Quello che ci frega sono le abitudini

Quello che ci frega sono le abitudini. La coazione a ripetere ci fa compiere azioni in modo del tutto inconsapevole, senza porci domande, senza ricordare i risultati di quelle azioni. 
Attenzione! L’errore non sta nella ripetizione ma nella consapevolezza. Se, fatte le debite considerazioni scelgo di ripetere va benissimo. Posso fare le stesse cose tutta la vita ed essere felice. Posso scegliere sempre lo stesso tratto, lo stesso colore, lo stesso font, la stessa forma… ed essere creativo. La trappola è non porsi la domanda – In quanti altri modi potrei fare quello che sto facendo? È giusto usare quel colore? È corretto che i margini del mio impaginato siano tutti uguali, come sempre? Le pareti hanno colori uniformi, senza segni, senza decori… è giusto? Scrivo con caratteri di dimensioni sempre uguali, va proprio sempre bene? Porsi le domande giuste ad ogni piè sospinto è una grandissima rottura di scatole ma aiuta molto, anzi è indispensabile se vogliamo che ci capiti ogni tanto di realizzare qualcosa di diverso, di emozionante, magari anche qualcosa di brutto… ma con la consapevolezza del perchè. Facendo il creativo di mestiere capita di innamorarsi di certe cose, di un’atmosfera, di un ritmo, di una luce, di certi colori, di forme che finisci per considerare tue, di un certo tipo di faccia, di materiali… è il risultato di tutte le ricerche e delle sperimentazioni che hai fatto, diventa tutto parte del tuo mondo e viene automatico dare tante cose per scontate.
Quello è il momento per saltare dalla finestra, metaforicamente parlando si intende. Rischiare la faccia, prendere strade mai percorse, magari cambiare soltanto la propria palette e scegliere  tonalità nuove. Nuovo è creativo.

Sanremo insegna. Trasgredire!

Trasgredire! Trasgredire! Trasgredire!Per essere visti, per farsi ricordare, per emergere dalla pappa grigia della quotidianità, specie se non si hanno capitali da investire in comunicazione in ogni dove, sembra tocchi andare contro corrente.
Ottimo! Ricetta semplice come piace a me.
Proviamo.
Faccio dell’ottimo vino italiano, vendo già ovunque alla faccia di quei rompicoglioni degli irlandesi e delle loro etichette salutiste del piffero, ma voglio diventare un brand internazionale.
Sponsorizzo il gay pride? Ci vogliono un sacco di soldi, l’evento non è in target… e scopro che non mi vogliono. Chissenefrega! Tanto ormai il Pride è come la festa della mamma. Vabbè! Allora al prossimo Vinitaly mi metto nudo con tutto il mio staff, moglie e figli compresi, slogan – al naturale come il mio vino. Non visitano il mio stand neanche quelli degli stand vicini. Mi intervista solo Telearena fregandosene di sfuocare là dove si dovrebbe.
Creo gioiellini in argento fatti bene, di design. Ho il mio piccolo mercato ma voglio farmi conoscere da tutti. Riempio i social per un mese, slogan – Per tutti! – e le foto brutte di una tipa brutta, ma proprio brutta. Perdo una ventina di clienti nel silenzio più totale. Tento di ucciderne uno (di cliente traditore) e mi becco solo un trafiletto nella cronaca locale dove mi prendono per il culo per la poca dimestichezza con Instagram più che per la poca mira. 

Produco e commercializzo poltrone e divani, niente a che fare con quelli là, roba più curata… ma vorrei che al Salone non succedesse come l’anno scorso e tutti chiedessero di noi. Regalo un tot di poltrone rococò magenta a pois bianchi a Vespa ma a parte il titolista, che ha sbagliato per ben 2 volte il nome del marchio nei titoli di coda, non se ne è accorto nessuno.

Morale?
Se non sei già famoso non hai niente da trasgredire.
E la trasgressione non può diventare la tua regola.

Al massimo puoi provarci, se giochi in una piccola area, o hai un prodotto di nicchia e conosci bene il tuo piccolo (grande) pubblico.

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Al mio amico Adolfo, capitava molto spesso di venire a un appuntamento, non so, con una ruota di Volkswagen sotto il braccio.
Era un ragazzo strano che amava molto stupire. Alle donne non regalava mai fiori, no, un chilo di pere, due etti di formaggio.
Un giorno sostituì il freno della macchina con un pedale di batteria, tum, morto. Sembrerà strano ma nessuno si è stupito.”
Il Coniglio – Giorgio Gaber 

Voglio uno spazio strano!

Mettere insieme la pagina di un giornale, di una rivista, di un depliant, disporre le pagine di un catalogo o gli oggetti sui piani di una vetrina, disegnare il percorso di uno showroom o la facciata di un edificio, di uno stand, sono tutti momenti compositivi. Saper comporre, è fondamentale per ottenere i risultati voluti sia nelle arti visive che in quelle musicali. Visto che a orecchio sto a zero, la natura si è sdebitata regalandomi un po’ d’occhio, il resto lo devo a tanti buoni maestri.
Comporre in uno spazio completamente vuoto, senza dimensioni precise… è un casino! Poter fare tutto quello che si vuole non è quasi mai un’opportunità. Davanti alla pagina bianca, almeno abbiamo il formato. Nel progettare uno stand le misure dell’area, le adiacenze e il regolamento dell’ente Fiera fanno già mezzo lavoro. Così tutti gli impicci che gravitano intorno ad ogni progetto. Inutile dire che più lo spazio è inconsueto, irregolare, balordo e meglio è… almeno per me. Ma credo sia così un po’ per tutti.
Pareti oblique, pagine bislunghe, soffitti bassi o altissimi, corridoi stretti e lunghi, vuoti improvvisi, vetrine piccolissime, pilastri messi a caso, stanze sbilenche… sono tutte occasioni per inventare composizioni interessanti, attraenti.
Giochi facili che capitano raramente.
Allora tocca inventarsi spazi magici dove far ballare le cose, con il loro peso, segnare un ritmo, togliere o aggiungere colori, mescolare materiali, segni, luci, ombre… trovare un qualche ordine.
Voglio uno spazio Strano!

Non vendiamo prodotti, merce, roba, tempo

Prodotti, merce… sono parole che dovremmo abituarci a sostituire con quelle che identificano gli oggetti che produciamo, i servizi che diamo.  
Sono parole comode ma dovremmo imparare a non usarle.

Non vendiamo “prodotti”, vendiamo gioielli, sedie, scarpe, borse, libri, tappeti, vini, lampade, biciclette, vasi, ceramiche, canzoni, vetri, giocattoli, fiori, vestiti, software, mele, dolci, cosmetici, occhiali, viaggi, tende, elettrodomestici, ferramenta, idee, cure, sicurezza, emozioni, istruzione, case, decorazioni, informazioni, cornici…

E un altro milione e mezzo di oggetti, servizi, consulenze che vengono definite da una parola precisa che quasi sempre merita ancora altri termini di specificazione. Parole che definiscono e aumentano il valore del nostro lavoro.

Impegniamo energie, creatività, soldi per dare maggior spessore a quello che facciamo, ai servizi e agli oggetti che vendiamo, per descriverli accuratamente, per distinguerli e dare loro il giusto valore. Poi nella routine quotidiana capita di appiattire tutto con termini generici, comodi, veloci.

Tutto diventa merce, prodotto, roba, o si assimila al contenitore, scatole, bottiglie, sacchi, rotoli, bancali… o al tempo di produzione, di lavorazione, di impegno, ore, giorni, mesi…

Sono normali semplificazioni del linguaggio che però, un po’ alla volta, usate in continuazione, appiattiscono e sminuiscono il valore di quello che facciamo riducendo tutto all’attimo dello scambio oggetto-denaro, servizio-denaro, merce-denaro.

Le abitudini sono subdole,
non ce ne accorgiamo.

Da una parte chi vende mette in luce tutte le qualità di ciò che offre e ne giustifica il prezzo, dall’altra invece chi compra usa il linguaggio piatto della quotidianità ponendo la nostra offerta al livello di merce, senza requisiti che la differenzino, e tende ad abbassarne il prezzo.

Un buon proposito per il nuovo anno dovrebbe essere quello di abituarci a chiamare gli oggetti del nostro lavoro con le stesse parole che usiamo nella vendita. Ovunque, nel linguaggio corrente, sul web, nei social, in listini, cataloghi, depliant… sempre, senza permettere a chi vuole acquistare di usare un linguaggio che sminuisca quello che facciamo. 

Per non sminuirci da soli, per non mandare a puttane tutto il lavoro e i soldi spesi per dare valore al nostro lavoro.

Auguri!

Buone Feste e Buon Anno.
Auguri!

poltrone da regalare

Non sono consigli per gli acquisti e non me ne viene niente se decidi di regalare o regalarti una delle mie poltrone preferite per Natale, per il compleanno, la laurea, per l’anniversario di quello che vuoi… o semplicemente perchè ti va.


Multichair, disegnata da Joe Colombo nel 1970 – riedita da B-Line è parte della collezione permanente del MoMA e del Metropolitan Museum of Art di New York. Modulare e trasformabile è uno di quei giochini che mi fanno impazzire.

Up, disegnata da Gaetano pesce per B&B Italia nel 1969 – Vince il XXVII Compasso d’Oro, premio alla Carriera del Prodotto 2022. Linee curve infinite, la preferisco nelle versioni originali, rossa e nera… ma si sa, sono monotono.

DeTecMa, ideata con l’ausilio di un calcolatore elettronico dal matematico Tullio Regge all’università di Princeton nel 1967. Coloratissima e irriverente, amo Gufram.

Tube-Chair, non solo una poltrona o forse non proprio una poltrona. Progettata da Joe Colombo nel 1969, presente nelle collezioni permanenti della Triennale di Milano, del MoMA e del Metropolitan Museum of Art di New York. Riedita da Cappellini, modulare, trasformabile è una scultura perfetta che vien voglia di moltiplicare all’infinito.

Wink, disegnata da Toshiyuki Kita per Cassina, si trasforma e si muove come fosse un essere vivente. “Su Wink ci si siede a terra e secondo la tradizione orientale, quando un corpo è seduto a terra lo spirito si eleva”, afferma il designer Toshiyuki Kita. Una magnifica scultura snodabile, colorata ed ergonomica.

Più che poltrone, pezzi da museo su cui però è possibile stravaccarsi a casa propria. Regali da tramandare, con cui farsi ricordare. Bei giocattoli di quando in Italia è nata l’idea di “design”, una parola che oggi va bene per qualsiasi cazzata.

Viva Magenta!

Viva Magenta!
Sembra un grido che chiama a la Revolución. Invece è solo il colore dell’anno 2023 scelto da PANTONE giovedì scorso, dopo rulli di tamburi durati giorni. E se al grido mi sono emozionato… che mi pareva impossibile che una multinazionale americana scegliesse il colore che porta il nome di una delle città italiane simbolo del nostro Risorgimento… e già vedevo un mondo tutto Magenta. Alla vista prima del video promozionale, poi del solito quadratino con la scritta PANTONE 18-1750 TPG Viva Magenta, i miei bollori sono scemati di colpo. Il Viva Magenta di fatto è un rosso, tipo vino rosso, mattone farlocco, sangue che sta scurendo, roba da velluti di teatro, insomma una cosa lontana mille miglia dal magenta in purezza… come direbbe un sommelier. Amo da sempre il Magenta, proprio quello che fa M nell’acronimo della quadricromia CMYK (Cian, Magenta, Yellow and Key, il nero, colore Chiave nella tipografia) e nel nostro colore dell’anno ovviamente di Magenta ce n’è tanto, ma c’è anche tanta altra roba. Fatta 100 la quantità possibile per ogni colore ci sono 20 parti di Cian, 94 di Magenta, 56 di Yellow e solo 5 di Black. Avrei immaginato un po’ di nero in più. A pensarci bene era folle immaginare che uno dei colori base della quadricromia potesse assurgere al ruolo di colore dell’anno, colori che hanno sempre una certa complessità per dar vita a infinite palette. Pazienza. Ci sbizzarriremo con mille palette rosso-viola-blu in cui il magenta farà sempre la parte del leone.
Viva Magenta!

Caratteri incomprensibili

Sfoglio dal sito del Calendario Podistico Veneto i volantini che pubblicizzano le manifestazioni dei comuni più vicini a casa. In genere non sono capolavori di grafica, è normale, per lo più sono fatti da chi ama più le camminate e la corsa di Illustrator e InDesign. Li capisco. Un volantino però mi folgora. Illeggibile. Un font gotico usato a caratteri maiuscoli dall’inizio alla fine. Viste tante cose brutte e un po’ folli ma questa le supera tutte.
Pensare che ci vorrebbe poco. 

Basterebbe scegliere un font famoso come l’Helvetica o uno banale come l’Arial, bastoni semplici, e usarli dall’inizio alla fine variandone solo il carattere e la dimensione, un bold o un black da 24 o 30 pt per i titoli  e un regular o un light da 12 o 14 pt per il corpo del testo mettendo in risalto ciò che più importa sempre con il grassetto. Fare quello che in genere fanno tutti professionisti.

Una bella formattazione a bandiera allineando il testo a sinistra, come scrivessimo dei semplici appunti su di un quaderno e il gioco per metà sarebbe fatto.

Poi chiaro che la composizione grafica può portarci in mille direzioni. Ma un consiglio semplice mi sento di darlo. Utilizziamo una grande immagine di sfondo con un’area abbastanza omogenea in corrispondenza del testo in modo da non renderlo illeggibile. Stop! Finito.

Poche cose semplici.
I Font utili sono davvero pochi: 
Garamond, Times e simili per i font graziati (Serif)
Helvetica, Futura e simili per i bastoni (Sans Serif)

Font pittorici, calligrafici, optical e creativi in genere con tutte le loro meraviglie e mostruosità servono moltissimo per pochissime cose e per farne buon uso è necessario un po’ di allenamento.

Il colore delle cose

Il colore delle cose ne cambia la nostra percezione. Stravolge il nostro desiderio di possederle. Certi colori le rendono adatte a certi usi, altre tonalità ad usi diversi.

Se devo esporre una sedia in fiera, sarà molto più visibile se la faccio rossa.

Se voglio accentuare l’esclusività di qualcosa userò toni difficili da identificare, cartadazucchero, cremisi, salvia, burro, sabbia… tonalità imprecisate di cui esistono infinite variazioni.

I colori primari, il nero e il bianco servono a comporre bandiere, stemmi, insegne, a fare da sfondo a riti sacri e a convegni di partito, a dipingere emozioni, valori, stendardi sportivi, a identificare l’appartenenza.

I colori parlano di noi, della nostra azienda, dei nostri prodotti, ci rendono più o meno graditi e ci consentono di vendere con più o meno facilità.

Il colore è sempre una scelta importante da valutare con attenzione.

dare forma al testo

Dare forma al testo, anche visivamente, permette di creare effetti grafici interessanti.
È utile per attirare l’attenzione e per comunicare con più immediatezza o per ottenere effetti stranianti o ironici se il testo parla in contrapposizione alla forma che lo contiene.
Usa un testo compatto.
Caratteri piccoli disegneranno un profilo più dettagliato anche con forme complesse, caratteri dal corpo molto grande saranno adatte invece per giocare all’interno di aree semplici creando composizioni da controllare.

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